Ecco un altro ccapitolo ^^ buona lettura:
Furao no hateshi
Akane era sul portico. I lampi balenavano in lontananza nel cielo scuro e i tuoni risuonavano nell’aria, con la promessa di recare un po’ di sollievo in quell’umida e immobile cappa.
Sfortunatamente la tempesta imminente non riuscì a calmare i suoi
pensieri, anzi; le sembrò solo che amplificasse il suoturbamento.
Un tuono crepitò di nuovo nell’aria, più forte e più vicino stavolta, e il vento le smosse i capelli sciolti. La ragazza rabbrividì; con l’avvicinarsi della tempesta ora la temperatura si stava finalmente abbassando. Osservò i lampi baluginare nel cielo, ma non era davvero dell’umore adatto per ammirare la tempesta. Voleva urlare al cielo tutta la sua frustrazione.
Quella sera aveva perso un sacco di tempo nel tentativo di scrivere ai suoi familiari, ora non le restava altro da fare che prepararsi. Ma i dubbi e i timori ancora la divoravano, anche se aveva scelto quella strada di sua spontanea volontà. Doveva essere stato un paio di giorni dopo che era arrivata quella lettera, che aveva preso la sua decisione. Le domande, in ogni caso, avevano continuato ad impensierirla per tutti i giorni seguenti. Ne sarebbe stata all’altezza? Che sarebbe stato di lei se il suo segreto fosse stato svelato? Come avrebbe reagito suo padre appresa la notizia del suo gesto? E una volta tornata alla propria dimora l’ avrebbe mai perdonata per il gran disonore arrecatogli?
"Questo sempre se sarò scoperta e, soprattutto, se mai tornerò a casa." rifletté ad alta voce la ragazza, emettendo amareggiata un sonoro sospiro. Infine, una domanda alquanto strana le galleggiava, come una foglia adagiata sulla calma superficie di un lago, nella testa. Che in tutto questo c’entrasse il destino? Dopotutto quella lettera avrebbero potuto consegnarla alle sue sorelle o a suo padre in persona piuttosto che a lei.
Sbuffò sonoramente con il risultato di far sollevare per qualche attimo la frangetta che le ricadeva compostamente sugli occhi; era inutile arrovellarsi il cervello per una domanda senza risposta.
Si volse a guardare attraverso gli shoji aperti il bokken appoggiato alla parete di legno del dojo, mentre la stanza era illuminata a giorno da un nuovo lampo; continuò ad osservarlo con aria rammaricata per diversi minuti. Aveva fatto una promessa la sera in cui erano tornati a caso dopo la disastrosa giornata dai Saotome.
…………………………..
Erano tranquillamente sedute al tavolino basso del salone, lei e sua sorella Kasumi, quando quest’ultima richiamò la sua attenzione.
"Akane?"
"Dimmi pure, Kasumi."
"Posso farti una richiesta?" domandò Kasumi, con voce tesa, mentre si torturava le mani poggiate in grembo.
"Certo." le rispose Akane, sorridendo cordialmente e incitandola così a proseguire.
"Ascolta il mio consiglio come se ti venissse detto dalla nostra cara mamma che non c’è più." Akane a quelle parole cominciò a preoccuparsi; doveva trattarsi di qualcosa di molto serio per indurre Kasumi a nominare haha-ue. Dopo un piccolo cenno da parte della sua sorellina, la maggiore continuò:
"Stammi ben a sentire: promettimi che non picchierai mai più i ragazzi."
Negli occhi un tempesta incomprensibile.
Akane osservava sconvolta il volto serio di Kasumi. Possibile che fosse quella la sua richiesta?
"Akane?" richiamò nuovamente Kasumi, con l’intenzione di ricevere una risposta.
"Vedi… io…" iniziò incerta la ragazza.
"Promettilo Akane!" la interruppe la sorella, decisa a ricevere una risposta positiva.
"Va bene." acconsentì infine la più piccola.
………………………….
Al tempo, quando aveva fatto quel giuramento, non aveva ancora letto la missiva e, soprattutto, non aveva ancora preso quella decisione.
Era logico che, ora, la tormentassero i sensi di colpa per il dover venir meno alla parola data.
Non aveva mai disobbedito alle richieste di Kasumi, che era così buona con lei e con Nabiki
Come poteva fare un torto alla propria sorella?
Come avrebbe potuto deludere la persona che si era presa cura di lei e del resto della dopo la morte della loro adorata madre?
L’unica cosa da fare era pregare i kami che lei comprendesse le sue azioni.
Rimase ancora qualche minuto seduta sul portico, poi decise che era giunto il momento di dare un ultimo saluto ai suoi familiari.
Akane, entrata con passo felino all’interno dell’abitazione, si affrettò a salire silenziosamente i numerosi scalini che conducevano al piano superiore.
Il legno sotto ai suoi piedi scricchiolava sinistramente e le fronde mosse dal vento sbatacchiavano alle finestre creando rumori sordi e ombre paurose.
Akane aprì lentamente la prima porta a destra producendo uno stridulo cigolio, attese qualche attimo e infine si affacciò con la sola testa all’interno della stanza. Quella era la camera della mediana delle sorelle. Con la vista ormai abituata al buio che la circondava, Akane poté osservare Nabiki riposare disordinatamente nel proprio futon, mentre il kakebuton era gettato, sicuramente a causa di un calcio, sul tatami. La sorella aveva un espressione birichina nonostante l’oblio del sonno l’avvolgesse e sembrava felice. Akane pensò che stesse sognando qualcosa di bello quando, ad un tratto, la sentì bisbigliare qualcosa; le parole però, troppo basse e biascicate, non le risultarono comprensibili.
Decise di trattenere per qualche attimo il respiro sperando che quello sciocco trucchetto le permettesse di ascoltare. Fu così che riuscì a carpire qualcosa.
"Yen… tanti yen."
A quelle parole la minore delle sorelle dovette premersi con forza le mani sulla bocca per impedire alle risate di risuonare nell’aria. Preoccupa di essere colta con le mani nel barattolo dei biscotti, decise, dopo aver rivolto alla sorella un ultimo e dolce sorriso, di andare via.
La sua nuova direzione era la seconda porta a destra, quella che da qualche mese era nuovamente occupata. Kasumi era tornata con loro nel momento in cui Tofu aveva deciso di recarsi al fronte per curare i feriti. Così la ragazza, non sopportando di rimanere sola nella loro grande casa, aveva pensato di trattenersi nell’abitazione del padre e delle sorelle fino al ritorno dell’amato marito.
Questa volta Akane aprì tranquillamente la porta e fece qualche passo all’interno della stanza.
Kasumi, al contrario di Nabiki, giaceva compostamente nel proprio giaciglio e nessuna grinza o piega si scorgeva fra le fresche lenzuola.
Akane rimase anche lì qualche minuto. Era una gioia osservare sua sorella dormire; l’espressione dolce sul volto l’accompagnava anche nel sonno ed era in grado di trasmettere alla ragazza un profondo senso di pace.
"Perdonami oneechan." sussurrò infine, prima di chiudersi alle spalle la porta scorrevole.
Era giunto infine il momento più difficile. Akane prese un lungo respiro con l’intenzione di calmarsi e si diresse verso la porta infondo al corridoio.
"Forza e coraggio." pensò prima di far scorrere gli shoji.
All’interno suo padre, Soun Tendo, riposava russando fragorosamente.
Lo guardò con astio, non osando avvicinarsi alla sua figura; in un attimo la discussione avuta la settimana precedente tornò prepotente nella sua mente. Era così adirata con lui…
………………………………….
Akane si trovava all’interno del dojo a compiere i suoi quotidiani kata, mentre assorta nei suoi pensieri rileggeva mentalmente le parole di una lettera ormai imparata a memoria. Lo scorrere fragoroso di una porta la riportò alla realtà, così non pensando più ai propri passi si volse repentinamente verso l’entrata scorgendo l’austera figura del genitore; la distrazione fu fatale. Inciampando nei propri piedi la ragazza cadde al suolo provocando un forte botto.
"Possibile che tu sia così goffa Akane?" la riprese il padre, sorridendo bonariamente.
"Non lo sono affatto…" replicò la ragazza, imbronciandosi immediatamente.
"Coraggio, ora alzati! Sono qui per insegnarti un nuovo kata." affermò Soun, porgendo una mano alla figlia aiutandola così a rimettersi in posizione eretta.
Akane a quelle parole non replicò e, felice di apprendere nuove tecniche, si affrettò ad iniziare la lezione.
Adorava fin da piccola passare del tempo ad allenarsi con suo padre; lei lo trovava un istruttore eccezionale. Concentrandosi iniziò ad ascoltare le sue parole e a eseguire i suoi movimenti.
Le ore passarono e Akane si apprestava a riprodurre l’ennesimo movimento mostratole poco prima dal padre, quando quest’ultimo la interruppe con una frase inaspettata:
"Akane, ora che mi viene in mente, non devi più andare a casa della sensale per la cerimonia."
Akane lo guardò per qualche attimo come se gli fosse spuntata una seconda testa, poi cercò di capire il motivo delle sue parole. Forse, dopo quello che era accaduto, la signora Nodoka aveva perso le speranze e non la voleva più come partecipante? Oppure suo padre aveva finalmente compreso le sue esigenze? A quell’eventualità, la ragazza gioì interiormente ed era pronta a buttare la braccia al collo al suo comprensivo genitore quando un dubbio s’insinuò scaltro fra i suoi pensieri. Era dall’ultima visita ai Saotome che qualcosa non tornava; suo padre non l’aveva sgridata per il pasticcio con Kuno e soprattutto… cosa ci faceva suo padre lì quel giorno?
"Perché?" chiese scettica Akane, mentre la frangia umida di sudore le aderiva ai lati del volto.
"Non ne hai più alcun bisogno." rispose enigmatico l’uomo.
" Perché? Cosa ci facevi quel giorno a case dei Saotome?" domandò trafelata mentre un'orribile sensazione la pervadeva. "Non può aver deciso per me" continuava a ripetersi come una litania nella propria testa.
"Mi trovavo lì per la nostra consueta partita di shogi." rispose Soun, fermandosi un attimo per osservare la propria figlia, poi continuò deciso: " E abbiamo colto l’occasione per risolvere il futuro ancora incerto dei nostri figli e delle palestre." rivelò, avvertendo che il tempo per tenerle nascosta la notizia era ormai scaduto.
…Il mio futuro…
…Ha deciso il mio futuro…
…Mi è stata negata l’opportunità di decidere il mio futuro…
…Non ho più alcun futuro…
Akane, momentaneamente paralizzata dai propri pensieri, fissò sgomenta il vuoto fino a che la sensazione del sudore che le colava su una tempia la riportò al suo orribile presente; tornando di colpo alla realtà, riportò l’attenzione sul padre che concluse quella che alle orecchie della ragazza parve una spietata sentenza.
"Ora sei ufficialmente fidanzata con il figlio di Genma, Ranma Saotome."
"Non puoi farlo!" urlò la ragazza, stringendo talmente forte la spada di legno fra le mani da far diventare bianche le nocche.
"Sono tuo padre, posso." ribatté duramente Soun, mentre gli stringeva il cuore alla vista della sua adorata bambina.
Akane a quelle parole agitò in segno di diniego la testa, mentre con gambe tremanti indietreggiava non riconoscendo più in quella figura altera il suo amato genitore.
"Tu non sei il mio otosan…" sussurrò sconvolta la ragazza, prima di gridare un "Ti odio!" fra le lacrime e corse fuori.
…………………….
Da quell’evento non aveva più rivolto la parola a suo chichi-ue ma ora, prima di partire, non se la sentiva di andare via senza neanche salutarlo.
"Ti voglio bene otosan…" sussurrò Akane alla sua figura addormentata, prima di voltarsi e dirigersi decisa verso il dojo. Nella mente continua a rimbombarle come un mantra una singola frase:
"Sono io a decidere del mio futuro."
In lontananza il sole iniziava lento a risvegliarsi dal suo sonno per dare inizio ad un nuovo giorno, un giorno importante per la vita delle persone della città di Kyoto.
???
All’interno della propria stanza, un ragazzo continuava a rigirarsi fra la pesanti coperte del futon. Era sveglio; quella notte non riusciva a chiudere occhio, i pensieri vorticavano velocemente all’interno della sua testa, confondendolo, turbandolo, irritandolo.
Si rigirò sotto le coperte posizionandosi a pancia in giù; rimase in quella posizione per un tempo indefinito mentre le immagini dei giorni passati scorrevano nella sua mente.
Aveva deciso di rivelare alla dolce Akane i propri sentimenti prima della partenza ma, da codardo qual'era, non c’era riuscito; eppure le occasioni non erano state poche, anzi. Rimembrava ancora con un sorriso un giorno che si erano incontrati al mercato; l’aveva fermata giusto in tempo dall’avventarsi sulla faccia del povero fruttivendolo che doveva aver sminuito, senza rendersene conto, le donne. Quale erano state le sue parole, una volta che si era calmata? Ah sì…
"Grazie per avermi fermata" lo aveva ringraziato lei, aggiungendo subito dopo: " Altrimenti avrei finito per impastargli la faccia come si fa con i mochi." aveva così concluso aggrottando le sopracciglia.
Nonostante la trovasse estremamente carina con quell’espressione corrucciata sul volto, a quella notizia aveva tremato leggermente; sapeva bene quanto Akane utilizzasse la propria forza in cucina, dopotutto era una delle occasioni in cui poteva spiarla tranquillamente. Quella e gli allenamenti nel dojo erano gli unici momenti in cui Akane perdeva la cognizione di ciò che le accadeva intorno, concentrandosi unicamente sulle proprie azioni. Nei giorni successivi, poi, non aveva più avuto occasione di parlarle e si era limitato ad osservarla da lontano, perdendo così la speranza di palesare i propri sentimenti prima di andarsene.
Sospirò pesantemente, alzandosi dal proprio giaciglio. Aveva bisogno di vederla, sentiva l'incredibile desiderio di rivederla ancora una volta prima di partire; così, incurante della pioggia incessante e dell’ora tarda, si avviò fuori dalla propria dimora. Direzione: il dojo Tendo, più dettagliatamente la stanza della terzogenita del capo palestra.
La pioggia scrosciante che batteva testarda sulle sue povere membra rendeva di minuto in minuto il suo umore sempre più cupo; stava girovagando da circa un ora nel tentativo di arrivare al dojo Tendo. Non che non avesse mai camminato, era abituato a vagabondare da sempre, viaggiando sotto ad ogni tipo di tempo atmosferico, sole, vento e neve turbinante. Eppure non ricordava di essersi mai sentito più miserabile di adesso.
Con irritazione cercò di togliersi qualche goccia d’acqua dal viso; tutta quella situazione lo stava facendo impazzire, la frustrazione era tale che avrebbe voluto trovare qualcuno da provocare per battersi e scaricare un po’ i nervi.
Passando sopra un ponte, abbassò lo sguardo sul veloce scorrere del fiume sotto di lui, incuriosito, per capire dove si trovasse. Non ricordava che bisognasse attraversare un fiume per arrivare alla dimora di Akane…
Curvando le labbra in una smorfia, finì di passare sul ponte e deviò dalla strada, dirigendosi verso il tetro bosco sperando in una scorciatoia per arrivare a destinazione.
Dopo qualche ora, quando ormai il sole si apprestava a sorgere, vide in lontananza il dojo. Passandosi le mani bagnate tra le ciocche nere della sua frangetta e sulla testa, il ragazzo chiuse gli occhi ed emise un lungo sospiro, esalando la sua irritazione. Era intenzionato a dirigersi verso l’abitazione quando sentì dei rumori provenire dalla palestra; curioso si nascose e iniziò a sbirciare da dietro uno shoji leggermente aperto; poco dopo riconobbe illuminata da una debole lanterna la figura della sua amata avvolta in un…
"Un'armatura?" sussurrò sconcertato il ragazzo.
Akane, al centro del dojo, era intenta ad annodare le ultime stringhe di cuoio dell’armatura sul lato del busto. Aveva impiegato quasi mezz’ora ad indossarla e ora che aveva finalmente finito si sentiva soddisfatta, tremendamente pesante, ma soddisfatta. Aveva prestato cura e attenzione ad ogni particolare, si era persino fasciata il petto con strette fasce di tessuto; certo non possedeva un seno prosperoso come quello delle sorelle, ma non voleva correre il rischio di essere scoperta. Così, desiderando essere piatta come il busto di un uomo, aveva stretto talmente forte le fasce da farsi quasi mancare il respiro.
Ammirò per qualche momento i fini intarsi sul kabuto e l’apertura sulla sua sommità. Quando era ancora molto piccola e suo padre indossava quell’armatura, le aveva spiegato che quel foro era chiamato "la sede del dio della guerra", che aveva il compito di permettere al dio di entrare in contatto con la mente del samurai e persuadere i propri pensieri. Akane afferrò la katana che qualche attimo prima si era legata in vita, liberandola dal suo foderò. L’osservò risplendere sinistramente alla tremolante luce della lanterna; quello doveva essere lo strumento mediante il quale i samurai concretizzavano in azioni il proprio pensiero. Akane non condivideva quell’ idea, non aveva nessuna intenzione di farsi comandare da uno sciocco dio che passava le sue giornate con l’unico hobby di scatenare inutili guerre e portare alla morte tante persone innocenti. Lei non avrebbe fatto nulla di simile, la via delle arti marziali non prevedeva l’eliminazione dell’avversario, ma solo sconfiggerlo. Prese l’elmo osservato fino a poco prima e lo indossò; un ulteriore peso le gravò sul suo esile corpo.Ora rimaneva solo una cosa da fare per completare la sua trasformazione; doveva tagliare i propri lunghi capelli. Si portò in avanti una ciocca nera iniziando nervosamente a giocarci, poi un ricordo le tornò in mente facendola sorridere.
…………………………………..
Una piccola bambina dai corti capelli neri con riflessi bluastri si trovava, con la caviglia fasciata da bianche garze, di fronte dell’abitazione dal curatore della città; sull’uscio di questa, un uomo dai capelli castani raccolti in un piccolo codino a spessi occhiali sul volto la stava salutando gentilmente.
"Ci vediamo, piccola Akane, stammi bene e stai attenta mentre torni a casa." le raccomandò premuroso l’uomo, sorridendole cordiale.
Nel mentre, una ragazza che si trovava passando per la via notò la bambina chiacchierare con l’uomo e si avvicinò.
"Ah sei qui Akane! Hai di nuovo fatto a botte." constatò Kasumi notando la benda sulla gamba della sorella. "La ringrazio per aver curato mia sorella Tofu-sama" si rivolse quindi all’uomo, sorridendo dolcemente.
"Non… Non c’è di che, Kasumi." rispose imbarazzato il curatore, affondando una mano nei folti capelli e assumendo sul volto una tinta tendente al porpora.
Kasumi si inchinò al suo cospetto e, senza aggiungere altro, prese per mano la sorellina avviandosi verso casa; stavano costeggiando la strada che si affiancava al canale quando la maggiore delle sorelle si rivolse alla più piccola:
"Ti comporti come un maschiaccio. Se non diventerai più femminile non piacerai a Tofu_sama, sorellina." le confidò sorridendo. La più piccola si voltò ad osservare la sorella sorpresa. Poi la reazione del curatore all’arrivo dai Kasumi le tornò in mente, così voltandosi nuovamente ad osservare la strada di fronte a loro prese una decisone.
"Se mi farò crescere i capelli forse assomiglierò di più a Kasumi…"
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A quel tempo desiderava così ardentemente essere notata dal bel curatore da voler assomigliare il più possibile a Kasumi, ma ormai questo non aveva più importanza. Si raccolse in un pugno tutti i lunghi capelli; poi, prendendo nell’altra mano la katana, diede con questa un colpo secco. Un'immensa cascata di ciocche caddero morte a terra spargendosi per l’intero pavimento del dojo.
Dopo quel coraggioso gesto, Akane alzò la spada tendendo orizzontalmente il braccio e ponendo la lama di fronte a lei; osservò il suo riflesso nello specchio d’acciaio ammirandosi all’interno dell’armatura con i corti capelli a caschetto: ora sembrava davvero un ragazzo. Com’era possibile che l’Akane in kimono, quella nel semplice e comodo gi azzurro e quella travestita da samurai fossero la stessa persona? Ancora non riusciva a capire se tutte queste persone facessero parte di lei, se fossero solo delle sfaccettature della sua anima. Akane era presa da questi pensieri quando sentì un rumore provenire dall’esterno.
Il ragazzo aveva osservato tutta la scena ad occhi spalancati; non poteva ancora credere a quello che stava accadendo di fronte a lui. La sua amata si era travestita da ragazzo e indossava un armatura degna dei migliori samurai. La figura nell’ombra non riusciva a capire il motivo di quelle azioni e questo lo spaventò.
Il colpo di grazia avvenne nel momento in cui con una decisone fuori dal comune e un poderoso colpo di lama la ragazza si tagliò i capelli; terrorizzato come se avesse visto un fantasma, il ragazzo fece inconsciamente un passo indietro. Movimento fatale visto che, senza rendersene conto, pestò un legnetto secco, che, alla pressione con il suo piede, provocò nella quiete di quell’alba un rumore forte quanto il suono emesso da un arma da fuoco. Temendo di essere scoperto, si allontanò velocemente dall’abitazione, il cuore ancora turbato dalle immagini a cui aveva assistito.
Akane si diresse veloce per quanto l’armatura glielo permettesse verso gli shoji laterali della palestra con il cuore in gola. Non poteva permettersi di essere scoperta o tutte le sue intenzioni sarebbero svanite come il fumo al vento. Con un fluido movimento aprì la porta scorrevole osservando attenta l’intero giardino, ma fortunatamente non c’era anima viva nei dintorni. Pensando ad un brutto scherzo causato dalla tensione, indirizzò lo sguardo all’orizzonte rendendosi conto che il temporale era terminato e che il sole stava sorgendo maestoso.
Akane trattenne il respiro, il cuore accellerò nuovamente il proprio battito nel torace. Di fronte a lei c’era il simbolo del Giappone, lungo tutto l’orizzonte. Se ne sentì parte, orgogliosa di combattere per il proprio paese. In quel momento prese coscienza del proprio posto nel mondo, mentre tutti i dubbi lasciavano posto alla certezza di fare la cosa giusta.
???
L’aria quella mattina era fresca e frizzate e l’odore della pioggia appena passata arrivava pungente alle narici delle persone che mattiniere si affaccendavano per recarsi a lavoro. Un ragazzo al centro della piazza attendeva ansioso, nella sua armatura, che l’ora del raduno arrivasse presto e che tutti i cadetti rispondessero all’appello. Voleva andar via il prima possibile dalla città che l’aveva visto crescere, nella speranza di evitare spiacevoli incontri. Il suo spiacevole incontro però era una dolce ragazza degli occhi nocciola che non corrispondeva il suo amore e, che armata di tutto punto, si stava dirigendo proprio nella sua direzione.
Senza rendersene conto, Shinnosuke aveva preso a camminare avanti ed indietro, concentrando tutti i propri pensieri su quel paio d’occhi e immaginando come sarebbe cambiata la sua amata nell’arco di quel tempo.
La sua fantasia però non poteva neanche concepire quanto fosse cambiata.
Il sole era ormai alto in cielo quando uno dei soldati gli fece notare che la piazza era gremita dei convocati e che l’ora prestabilita fosse passata d’un pezzo.
"Bene." rispose Shinnosuke, ridestandosi dalle proprie angosce. "Possiamo dare il via all’appello, radunali tutti." concluse deciso.
Il soldato con cui aveva parlato si avvicinò a quelli che sarebbero diventati valorosi bushi.
" Disponetevi in fila e fate un passo avanti quando sentirete il vostro cognome." urlò alla folla.
Shinnosuke, recuperati i registri delle famiglie della città, iniziò a chiamarli a gran voce.
Come lo shogun Tokugawa aveva ordinato con il mandato del 14 ottobre anno del dragone: un uomo per ogni famiglia di ogni città del Giappone doveva prendere parte al grande bakufu per servire la patria e combattere gli invasori.
Così quel giorno nella cittadina di Kyoto si svolgeva l’appello dei rappresentanti delle famiglie prima di inviarli al campo di addestramento.
"Asai." l’uomo chiamato da Shinnosuke fece un passo avanti.
"Date." anche questo si fece avanti.
L’appello proseguiva tranquillamente mentre un Akane travestita si limitava ad aspettare paziente il proprio turno e a pregare tutti i kami che l'amico d’infanzia non la riconoscesse. Shinnosuke, inconsapevole, continuava a seguire l’ordine dei cognomi, non notando le occhiate fugaci che la ragazza gli rivolgeva.
"Hibiki." Ryoga Hibiki fece sicuro un passo avanti e Akane osservò anche lui, continuando a sperare segretamente di non essere riconosciuta da nessuno. Poteva stare tranquilla in mezzo agli altri uomini ma con due persone che la conoscevano de sempre non si sentiva affatto al sicuro. I due amici intanto si scambiarono, complici della loro solida amicizia, un sorriso di benvenuto.
Il tempo passava lento e altrettanto lentamente arrivò il suo turno.
"Tendo." pronunciò a voce forte Shinnosuke.
Akane si apprestò velocemente a fare un passo avanti inciampando malauguratamente nei propri piedi e rischiando di cadere al centro della piazza. Vuoi a causa della foga con cui si era mossa, vuoi per la pesante ed enorme armatura che la impacciava nei movimenti, fatto sta che attirò su di se l’attenzione di tutti i soldati che scoppiarono a ridere per la goffaggine dimostrata. Solo due figure l’osservarono senza sorridere.
Ryoga volse il capo nella direzione di quel ragazzo osservandolo serio, mentre quest’ultimo tentava di aggiustarsi l’elmo che,ricadutogli sul capo, aveva finito per coprirgli gli occhi e la visuale. Shinnosuke , immerso nei fogli , alzò la testa per cogliere il motivo di quell’improvviso scoppio di ilarità da parte dei bushi, incrociando così due occhi nocciola che si guardavano intorno spauriti.
Akane, rendendosi conto di aver involontariamente richiamato l’attenzione su di sè, iniziò ad imprecare silenziosamente contro se stessa, non accorgendosi di una figura che le si avvicinava silenziosamente.
"Il tuo nome?" chiese Shinnosuke, rivolgendosi a quello strano ragazzo.
Il ragazzo, che altro non era che Akane, alzò gli occhi su di lui osservandolo preoccupata.
"Tendo." riuscì a rispondere in un soffio. L’altro, perdendosi in quegl’occhi così simili a quelli della ragazza amata, disse pacatamente: "Impossibile."
La ragazza intanto cadeva, lentamente, nel panico totale "Possibile che mi abbia scoperto ad una sola occhiata?" rifletteva tesa. Shinnosuke continuò:
"Conosco personalmente Soun Tendo ed egli ha solo figlie femmine. Tu non puoi essere dunque né lui né suo figlio." concluse aggrottando le sopracciglia.
"Sono un parente." tentò Akane, ottenendo come risposta solo uno sguardo duro e per nulla convinto.
Ryoga, che fino a quel momento aveva osservato attentamente lo svolgersi dell’intera vicenda, decise di intervenire e, avvicinandosi velocemente ai due, pronunciò:
"È un cugino di Akane, Shinnosuke." I due si volsero nella sua direzione; Shinnosuke con sguardo dubbioso e Akane confuso.
"Tu lo conosci Ryoga?" domandò il ragazzo all’amico.
"Certo. È arrivato pochi giorni dopo la tua partenza." affermò ostentando una sicurezza che non possedeva.
"E come si chiama?" chiese nuovamente Shinnosuke voltandosi ad osservare prima il ragazzino e poi l’amico.
Ryoga, non sapendo cos’altro inventarsi lo guardava, annaspando nel proprio respiro. Akane, domandandosi il perché di quelle bugie, rispose al suo posto.
"Haku, mi chiamo Haku."
Il soldato si volse nuovamente nella direzione della ragazza osservandola attento, poi, prendendo per buone le parole che gli aveva precedentemente rivolto l’amico, si allontanò dopo un segno del capo; lo stesso fece Ryoga riprendendo il proprio posto.
La ragazza rimase ferma ad osservare i suoi due amici allontanarsi e a porsi un'unica domanda: l’avevano scoperta? Shinnosuke sicuramente no, altrimenti l’avrebbe rispedita immediatamente a casa, ma questo poteva dirsi anche su Ryoga. Ma allora perché aveva mentito? Proponendosi di svelare al più presto quel mistero continuò ad ascoltare lo svolgersi tranquillo dell’appello.
Dizionario:
Bushi\Busho: guerriero. termine che viene usato per indicare genericamente la classe guerriera
Bakufu: lett. "governo della tenda", con riferimento alla tenda del comandante in un accampamento militare) governo militare, capeggiato dallo shôgun
Samurai: [lett. "servitore"] anche se il termine viene spesso usato in italiano per indicare i guerrieri giapponesi in generale, in senso proprio esso indica la classe di guerrieri (bushi)
Shôgun: massima carica militare e capo effettivo del governo giapponese (bakufu)
Kabuto: elmo
Futon e Kakebuton: È il materasso tradizionale giapponese, costituito da falde di cotone grezzo (ma può essere di seta, lana, poliestere e piume) disposte a strati e ricoperte da una fodera trapuntata a mano.
Il futon e’ composto dallo shikibuton, un piumino semi-rigido che funge da materasso e dal kakebuton che consiste nel piumino vero per coprirsi.
Tutti gli altri termini li ho già citati e spiegati nei capitoli precedenti.