 Il poeta maledetto
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| Ciao a tutti! Questo è un raccontino che ho scritto in queste ultime sere. Avevo un pò di depressione da scaricare e credo che questo breve testo ne abbia assorbita abbastanza. Ammetto che forse è un po' corto per i miei standard, ma non importa: non è la lunghezza che conta. Spero che vi piaccia, e di non aver commesso troppi errori. Buona lettura!
Clarissa osservò l’ambiente attorno a sé: la grande sala le pareva un cavernoso antro, reso ancor più tetro dalle tinte nere e grigiastre con cui la sua visione dell’oscurità dipingeva le pareti, i mobili, il grande divano ad angolo ed il rotondo lampadario sul soffitto. Come macchie lasciate dall’usura del tempo, grandi striature verticali coprivano le superfici alla sua vista, vibranti, pulsanti e mutevoli a seconda dell’angolatura da cui lei guardava. Tutto le sembrava vivo e febbricitante come un grande ammasso carnoso, o ancora un grande cuore nero palpitante in cui si trovava imprigionata. Tutto ciò le sembrava un incubo: nemmeno i duri secoli della sua immortale agonia erano riusciti a temprarla fino in fondo. Chiuse con delicatezza la finestra alle sue spalle, cercando di non provocare quel tipico cigolio che di norma andava a nozze con delle ante di alluminio come quelle. Fortunatamente nessun rumore rimbalzo nella quiete notturna. Clarissa osservò oltre il vetro il terrazzo che fino a poco prima l’ospitava. La neve era sì copiosa da aver già colmato le orme lasciate dalla donna qualche minuto addietro. Non ricordava nevicate così abbondanti da qualche decennio oramai e quell’inverno seguitava a peggiorare. Rimase immobile come una statua di granito mentre un mantello di ricordi le scivolava sulle spalle impolverate di ghiaccio. Com’era bella la neve, com’era morbida e leggera, come un cesto di petali di rosa; ogni estate riposava all’ombra dei salici aspettando con impazienza l’arrivo del freddo, e quando giungeva finalmente l’autunno, e con esso la prima bianca pioggia di ghiaccio, usciva nel grande parco del maniero strillando la sua gioia come era sovente fare ogni bambina nel fiore dei suoi anni. Tutto questo quando ancora il cuore che aveva nel petto, battendo, teneva al largo gli artigli della morte. Quando correva senza lacci sentendo il bisogno d’aria curvarle i polmoni, quando anche un piccolo taglio sanguinava e poi bruciava come non mai, quando il suo stomaco la spingeva a commettere il grave atto di sottrarre qualche caldo pane al fornaio di corte. Quando i suoi occhi si umettavano ad ogni caduta e alla corte notturna dei nobili fanciulli. Ma quella fiamma ora si era spenta; restava solo un ammasso di ceneri che lottavano per non essere rimosse dal camino. Lei non poteva sentirlo ma solo udirlo da voce altrui, il grande gelo che permeava la sua carne, affamato del calore della vita; un gelo che penetrava ad una tale profondità da vibrare nell’anima di ogni creatura. La neve non sarebbe mai più potuto essere il suo gioco preferito. Leggera come solo una creatura baciata dal dono delle tenebre potesse essere, scivolò all’interno dell’appartamento. Chiuse gli occhi, onde evitare che la spettrale immagine del corridoio potesse turbarla così come la visione del salotto poco prima. Silenzio com’era, l’udito di certo non poteva condurla lungo il suo sentiero, ma il suo naso tracciava numerose scie: decine di profumi ed odori dalle innumerevoli tinte. Dalla sua destra, dunque da dietro una porta con un pannello di vetro armoniosamente decorato, le giungevano i profumi delicati ma corrotti di vari frutti o fiori, che lei ormai aveva imparato ad identificare come gli odori dei prodotti di cosmetica, dei saponi e dei detersivi. Spiccava prepotentemente un dolciastro aroma di muschio: un probabile deodorante casalingo. Da dietro di lei, incanalati attraverso la soglia che aveva da poco varcato, giungevano quei forti odori che racchiudevano in sé il concetto di cucina: sale, pepe e cannella, carne cotta, frutti, questa volta sani, pane fresco e insalata appena lavata. Con astio si accorse per l’ennesima volta che tutti quegli odori non le provocavano quel senso di fame che le provocavano quando ancora non era costretta a nutrirsi dell’anima altrui. Fra tutti cercò ed infine identificò l’unico sentiero che potesse interessarle: quello che odorava di sangue e sudore, di carne viva. Lo seguì a tentoni, nel buio assoluto e rilassante delle sue palpebre chiuse. Poi l’odore penetrante del legno secco le sbatté nel naso: una porta. Cercò la maniglia lasciando che la sua mano scivolasse cortesemente sulla superficie liscia. Quando l’ebbe trovata l’abbassò con la grazia necessaria a non farle produrre alcun rumore. Dentro di sé una gran paura si fece largo. La camera giaceva silenziosa, immobile. La tenue luce della luna baciava la stanza delicatamente, senza che le lunghe tende di velluto bianco potessero opporre resistenza. Un pizzico di luce, e i giochi spettrali che volteggiavano nei suoi occhi svanirono come nuvole. Si sentiva frustrata per quello che stava per accadere: lui era li, davanti a lei, cullato nel suo mondo onirico dal suo stesso armonioso respiro. Quanto dolore aveva provato da allora, e quanto ancora le affliggeva il cuore spento. Ancor più orrenda era l’idea di dover trasmettere quel terribile dono a chi non meritava di vedere i suoi stessi fantasmi, agli innocenti che si sarebbero svegliati senza sudore e senza capire per qual motivo respirare non era più necessario. Ma doveva farlo. Come loro dovevano nutrirsi. Si avvicinò danzando al letto e come un’ombra vi scivolò sopra furtivamente, senza produrre alcun gemito. L’ignaro uomo non smise di sognare. Clarissa gli fu sopra senza dargli il tempo di svegliarsi e di capire da dove provenisse quel bacio che sapeva di sangue. Uno sforzo interno la percosse come un conato di vomito. La donna sapeva bene cos’era: il suo corpo si ribellava al bisogno di piangere. Per quanto si sforzasse non ci riuscì; da quando era ciò che era non ci riusciva più. La morte le aveva tolto le lacrime. L’afflizione rimbalzava tra le sue membra ardendo la dove passava, senza la possibilità di sfociare dai suoi occhi. Tra tutte le cose che la vita aveva portato via con se quella era senz’altro la più difficile da gradire. Abbi pietà, pensò, questo è ciò che hai accettato; non oserò troppo. Clarissa immaginò che perle argentate le scivolassero sulle guance, poi si abbassò e affondò i denti nella carne calda.
Ebbe un’orrenda visione; le palpebre tremolanti si dischiusero alla notte. Silenzio. Poca e candida luce, soffusa e ovunque diffusa. Si sentiva molto strano, come se il suo corpo avesse lanciato un grido di dolore. Poi si accorse di quella presenza su di lui: scura e senza colori, trascurando gli sfavillanti rubini dei suoi occhi. La donna che, stesa su di lui, lo fissava con sguardo pietoso si copriva con entrambe le mani la bocca. Lui la fissò qualche secondo, chiedendosi per quale motivo si fosse liberata delle coperte. “Hei, tutto bene?” Sussurrò con voce melodica. Le prese le mani tra le sue: fredde come una tomba. “Per l’amore mio! Sei ghiacciata!” Si allarmò il giovane uomo. Le pose le mani sulle guance per poter smentire quello che pensava. “Non sarai uscita ancora, vero?” Lei chinò il capo senza degnare l’uomo di una risposta. Se solo lui avesse potuto sentire il suo pianto fatto di silenzi, non avrebbe avuto bisogno di alcuna spiegazione. “Fuori... È nevicato stanotte. È tutto bianco come l’occhio della luna.” “La neve, la neve. Mannaggia la neve! Lei e la tua morbosità per quella stupida pioggia di ghiaccio.” Disse lui adirato da una sempre maggiore preoccupazione. Pieno di compassione, le prese il volto tra le mani e condusse le sue labbra a quelle gelide di lei. L’amava. L’amava e non gli importava di quanto il suo bacio fosse vuoto di calore, di cos’ella fosse, né di come le fosse stata sottratta la gioia della giovinezza. Sapeva solo che gli faceva battere il cuore come nient’altro nella vita era mai riuscito a fare. “Non devi uscire quando nevica, lo sai. Dopo prendi molto freddo. E poi ti viene sempre sete.” “Io...” Cercò di spiegare Clarissa portandosi nuovamente una mano sulla bocca, come se volesse trattenere le parole che il suo dolore le stava strappando. “Io ho bevuto.” Lui la fissò qualche istante, incredulo. Tastando con due dita sul collo trovò i segni circolari dei denti dell’amata. Solo in altre due occasioni aveva bevuto da lui, ma l’aveva spronata lui a farlo, per evitare che il suo bellissimo corpo, seppur morto, si deteriorasse per mancanza di nutrimento. Cercò di mascherare il suo forte imbarazzo assumendo un’aria decisa, ma gli occhi tristi di lei erano gli specchi del suo fallimento. “Non fa nulla.” Si rese conto di quanto dolore dimorasse nell’anima della persona che amava come mai prima d’ora. “Non fa nulla...” Cercò di non piangere, per non farle provare invidia. Questa volta riuscì. La prese tra le sue forti braccia, regalandole una parte del suo calore, e la fece scivolare sotto le coperte, affianco a lui, e si addormentò come tutte le sere. |