 Il poeta maledetto
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| Il romanzo storico è un genere letterario nato nel 1819 dalla mente di Walter Scott, autore del primo libro di questo genere, chiamato Ivanhoe. Walter Scott creò un nuovo genere, il romanzo storico: Waverley, pubblicato nel 1814, ne è generalmente considerato il capostipite. Ciò nonostante, tematiche storiche erano già state trattate in passato: basti pensare, ad esempio, ai drammi di Shakespeare, che analizzavano la crisi del sistema feudale e l’autodistruzione cui si stava votando l’aristocrazia. Vi sono anche esempi di romanzi detti “storici” nei secoli XVII e XVIII, ma questi potevano essere considerati tali solo nel senso che le vicende in essi narrate si svolgevano su di uno scenario storico, mentre pensieri, psicologia e costumi dei personaggi in essi descritti erano modernizzati, ovvero riflettevano atteggiamenti tipici dell’età cui apparteneva lo scrittore. La produzione storica di Walter Scott fu fortemente influenzata dai notevoli mutamenti che avevano modificato il volto dell’Europa nel corso del Settecento: la rivoluzione francese segnò profondamente il vecchio continente; molto probabilmente fu la prima volta in cui il popolo giocò un ruolo fondamentale nella storia della propria nazione. In realtà, ciò che accadde fu che, per la prima volta, il suo influsso fu notato: si capì che il corso della storia poteva essere modificato non solo dalle grandi personalità storiche, ma anche dalle persone comuni, dalle sfere più basse del popolo. Le coscienze mutarono: tutto ciò si ritrova in queste opere. Rispetto ai suoi predecessori, Scott introduce soprattutto l’ampia descrizione dei costumi dell’epoca cui si riferisce la vicenda narrata, con una particolare attenzione per il percorso psicologico e le azioni che riconducono inevitabilmente alla vicenda narrata; tutto ciò è reso anche grazie all’ampio uso dei dialoghi. Qui sta la vera innovazione: i suoi romanzi scozzesi, infatti, non sono stati gli unici componimenti, nella sua vasta produzione, a trattare tale argomento. Ricordiamo, ad esempio, la raccolta di ballate Minstrelsy of the Scottish Border (1802–03) e i brevi poemi narrativi The Lay of the Last Minstrel (1805), Marmion (1808) e The Lady of the Lake (1810). Anche queste prime opere, seppure ambientate in tempi più antichi (l’ultima di queste si svolge nel XVI secolo) narrano dello scontro fra due differenti stili di vita, quello vecchio delle Highlands che si scontra con le leggi e l’ordine del nuovo governo nelle Lowlands. Proprio grazie al successo di questi primi lavori in versi, egli fu spinto a comporre opere in prosa, che avrebbero dovuto riprendere e sviluppare le stesse vicende narrate nei primi. Ci si può chiedere, a questo punto, quali furono i motivi che spinsero Scott ad abbandonare questa forma d’espressione che tanto successo gli aveva procurato, per dedicarsi ad un genere che, all’epoca, era considerato secondario. Non bisogna, infatti, dimenticare che i canoni letterari del periodo (e, più in generale, della storia della letteratura attraverso i secoli) vedevano come forma letteraria somma la poesia, ed in particolare il poema epico: ciascun letterato, che tale volesse essere considerato, avrebbe necessariamente dovuto cimentarsi con essa. Scott ebbe certamente ben presente tutto ciò, nel momento in cui decise di dedicarsi alla prosa: quest’ultima offriva una chance in più rispetto alla prima, ovvero la possibilità di sfruttare l’enorme potenzialità insita nei dialoghi. Essi costituiscono un tratto distintivo della produzione di Scott: in essi si esplica a pieno l’animo dei personaggi, trovano sfogo sentimenti e pensieri, si presentano e si chiariscono immediatamente i contrasti; attraverso le varie conversazioni il lettore può penetrare a fondo nell’animo di ogni singolo personaggio, senza bisogno di ragguagli del narratore, perché la natura stessa di questo espediente letterario non necessita né di un mediatore, né di qualcuno che spieghi che cosa sta accadendo. Tutto prende forma di fronte al lettore, come se venisse accompagnato lentamente verso quella che sarà la vicenda culminante, comprendendone a fondo, per di più, ogni singolo aspetto; in questo consiste la vera forza del dialogo, che non va visto come un semplice scambio di battute, ma come un vero e proprio espediente narrativo con il quale convogliare tutta una serie di informazioni necessarie alla completa comprensione dell’accaduto. In pratica, Scott scelse di mostrare attraverso i sentimenti e le idee degli stessi protagonisti i grandi mutamenti che riguardavano un’intera società. Altro grande cambiamento consiste nella scelta dei suoi “eroi”: Scott è stato aspramente criticato per la sua decisione di porre al centro delle vicende un “eroe medio”, da con confondersi, però, con il termine mediocre. L’eroe medio di Scott è, in realtà, un’innovazione fondamentale per la storia ed il successivo evolversi del romanzo storico: questi, infatti, supera la concezione romantica dell’eroe inteso come personalità eccezionale, al di fuori dei canoni. Il suo eroe non racchiude nulla di tutto ciò in sé, ma può essere considerato come il rappresentante di correnti sociali e di forze storiche, in quanto proviene non dalle sfere alte del popolo, che nella realtà sono una parte piuttosto limitata della società, ma da un livello medio, rappresentativo della maggioranza della popolazione. La ragione principale per una scelta tale consiste nella libertà che un’alternativa del genere concede: nessuna fonte storica o documento attesta, come accade invece per le grandi figure storiche, ciò che fecero uomini come Waverley o Francis Osbaldistone (protagonista di Rob Roy), perché essi non sono esistiti, a differenza dei protagonisti del passato per i quali, invece, esiste una vasta documentazione. Sono, dunque, personaggi mai esistiti, ma che avrebbero potuto esserlo, perché rappresentativi di ampie fasce della comunità: la loro forza sta proprio in tale verosimiglianza. Scott li può fare agire liberamente perché, pur rappresentando tipologie umane realmente esistenti, non sono legati alla verità storica e, quindi, hanno piena libertà d’azione, senza timore di confutazione da parte della storia ufficiale. Il timore che Scott provò per la diffusione di questi lavori innovativi lo spinse a pubblicare sia Waverley che i romanzi successivi in forma anonima ed a celare il suo nome per molti anni dopo il loro rilascio nonostante l’inatteso successo: il suo timore nasceva dal fatto che la scelta di abbandonare la poesia per dedicarsi alla prosa, ancora considerata di secondo ordine, avrebbe potuto causargli aspre critiche. Dalle sue parole emerge tutta l’ansia di una persona che è consapevole di aver creato qualcosa di totalmente nuovo, ma che è, allo stesso tempo, incerta circa il responso del pubblico.
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